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Volevo scrivere due parole su uno dei grandi giornalisti che ci ha lasciato: Candido Cannavò.
L'ho sempre considerato un vero giornalista, non solo nell'ambito sportivo dove era un maestro, ma in tutto l'ambiente per la sua grande professionalità.
Non ci sono molte parole da dire ma incollo qui il "saluto" di suo figlio, anch'egli giornalista, perchè credo che sia il modo migliore per ricordarlo.
È stata un'uscita di scena alla sua maniera, da protagonista, alla Candido.
Nella mensa del giornale, tra un'insalata, un pezzo di formaggio, l'ultimo spicchio di mela da sbucciare. E la compagnia che cercava a pranzo quando non era in giro per l'Italia a tenere conferenze o a ricevere premi: un misto di impiegati, giovani praticanti, segretarie, redattori e capiredattori e talvolta anche qualche vicedirettore come è stato quel giorno che aveva al suo fianco Luciano Fontana. Veniva quasi sempre solo in mensa, ma quando si presentava in sala col vassoio era subito una gara ad averlo al proprio tavolo. Io l'ho guardato da lontano, chiacchierava (certo con più gusto di quanto non provasse a mangiare), l'avrei salutato ma senza aggiungermi al suo gruppo per quel riserbo reciproco che ci portava a limitare, fin troppo, i nostri contatti all'interno del palazzo di via Solferino.
Improvvisamente l'attacco. Lo sguardo un po' smarrito, la bocca leggermente storta sulla sinistra, il braccio e la gamba poco sensibili.
«Candido non sta bene», serpeggia la voce tra i tavoli. Lui continuava a parlare, anzi a conversare come un attimo prima quando la discussione girava attorno all'Inter, a Sanremo a Eluana Englaro. Con quel suo tipico modo di non voler drammatizzare e di intravedere già una via d'uscita. Eccolo il mio papà nel secondo quadro di questo atto finale: sdraiato per terra su un lato mentre spiega ai commensali che già un mese e mezzo fa gli si era addormentata una parte di labbro e che il medico gli aveva dato delle cure.
Era come se parlasse di una terza persona. «Candido, riesci a muovere questa parte?». «Sì, sì va meglio...». Attorno, gli sguardi attoniti di decine di persone ma non c'era pena, semmai tenerezza: il grande Candido sembrava a suo agio anche nell'interpretare l'improvvisa fragilità umana. «Dottore, mi raccomando tenga duro che dobbiamo rimetterla in sesto», diceva l'infermiere dell'ambulanza. «Certo, certo».
Ha avuto il suo pubblico anche nel momento più difficile e si è mostrato così, senza pudori, combattente indifeso.
Il terzo quadro è stato il pronto soccorso dell'ospedale Santa Rita, nel luogo in cui non conta più nulla il nome ma valgono oro lo sguardo e la mano di una persona cara.
L'illusione momentanea di un'ischemia, poi la Tac inesorabile: emorragia cerebrale. Ma lui parlava, chiacchierava, minimizzava: «Sì, c'è un grumo di sangue nel cervello, ora dobbiamo affrontare questa cosa... Lotto, lotto». Questa cosa era una pozza di sangue che stava inondando lentamente il cervello. Lo accarezzavo e lui mi stringeva l'indice. Le parole erano sempre più strascicate, la faccia si stava deformando, l'occhio si storceva ma era come sempre umido. Di vitalità e di passione. In un attimo mi sono rivenuti in mente quei due-tre «fondamentali» della vita che mi ha insegnato: spendersi senza riserve per le cose che ami, trovare il lato positivo in ogni problema; ma anche l'importanza dell'attacco quando affronti un articolo. «Bisogna avvertire la mamma, chiamare Marco, non fare allarmare Marilisa con i bambini...». «Papà, la rubrica per la Gazzetta l'hai scritta?
Sì, diglielo: è in "lavori direzione". Ma la trovano». Sono semplicemente uno dei tanti ai quali Candido ha regalato professione, carattere e amore ma in quegli ultimi momenti ho recuperato il privilegio di essere il figlio di Candido. Ed è bastato quel dito stretto sempre più forte, forse già per semplice scompenso neurologico, che mi trasmetteva gli ultimi sprazzi di vita nella sala nuda di un pronto soccorso.
Ciao papà, hai avuto una vita splendida, hai fatto una fine gloriosa nella sua cruda verità.