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Il fascino dell'universo è sempre bello... è un po' che non scrivo anche se ho in mente 3 post da pubblicare.... uno è pronto e tra stasera e domani sarà pubblicato mentre gli altri quando avrò un attimo di tempo... a presto, anzi prestissimo intanto però vi lascio con questo articolo... chissà dove saremo fra cinque miliardi di anni :)
MILANO - Come finirà, come si trasformerà il Sole quando inesorabilmente morirà fra circa cinque miliardi di anni, una volta esaurita la sua riserva di idrogeno che l’alimenta con un continuo processo di fusione nucleare? La risposta ci viene da una galleria di immagini di nebulose planetarie che gli astrofisici stanno studiando proprio per vedere il destino dell’astro che ci mantiene in vita sulla Terra. La più bella di queste nebulose è senza dubbio quella battezzata “occhio del gatto” (Cat’s Eye) ripresa dal telescopio spaziale Hubble: è una sequenza di disegni e colori straordinari che attraverso una seducente bellezza racconta la tragedia della morte di un corpo cosmico che prima brillava nel buio cosmico.

La nebulosa «Cat's Eye»
FIUME DI GAS E POLVERI - Quando una stella termina la sua vita si trasforma in una gigante rossa espandendosi e lanciando nello spazio fiumi di gas e polveri. Nel caso del Sole (che ha una massa 330 mila volte quella della Terra) questo flusso travolgerà i pianeti trasportandoli nello stesso tempo lontani dal loro luogo originario. Le immagini analizzate dagli scienziati mostrano i vari passaggi del fenomeno. E la diffusione nel cosmo dei materiali è una vera inseminazione di elementi chimici che si ritroveranno incorporati nelle future generazioni di stelle.
SOLE IN QUIETE - Intanto il Sole torna a far notizia per la sua insolita quiete. L’anno scorso doveva segnare la ripresa del ciclo undecennale da una bassa attività ad una più elevata. La maggior parte dei mesi era stata segnata dalla tranquillità ma verso la fine dell’anno si registrava una ripresa verso la normalità. L’inizio del nuovo anno dimostra un ritorno alla quiete e se continua così, ma ci sono ancora nove mesi ed è prematuro affermarlo, si potrebbe battere il record del 1913 noto come l’ “anno senza macchie”.
Dal Corriere.it del 25 marzo
Volevo scrivere due parole su uno dei grandi giornalisti che ci ha lasciato: Candido Cannavò.
L'ho sempre considerato un vero giornalista, non solo nell'ambito sportivo dove era un maestro, ma in tutto l'ambiente per la sua grande professionalità.
Non ci sono molte parole da dire ma incollo qui il "saluto" di suo figlio, anch'egli giornalista, perchè credo che sia il modo migliore per ricordarlo.
È stata un'uscita di scena alla sua maniera, da protagonista, alla Candido.
Nella mensa del giornale, tra un'insalata, un pezzo di formaggio, l'ultimo spicchio di mela da sbucciare. E la compagnia che cercava a pranzo quando non era in giro per l'Italia a tenere conferenze o a ricevere premi: un misto di impiegati, giovani praticanti, segretarie, redattori e capiredattori e talvolta anche qualche vicedirettore come è stato quel giorno che aveva al suo fianco Luciano Fontana. Veniva quasi sempre solo in mensa, ma quando si presentava in sala col vassoio era subito una gara ad averlo al proprio tavolo. Io l'ho guardato da lontano, chiacchierava (certo con più gusto di quanto non provasse a mangiare), l'avrei salutato ma senza aggiungermi al suo gruppo per quel riserbo reciproco che ci portava a limitare, fin troppo, i nostri contatti all'interno del palazzo di via Solferino.
Improvvisamente l'attacco. Lo sguardo un po' smarrito, la bocca leggermente storta sulla sinistra, il braccio e la gamba poco sensibili.
«Candido non sta bene», serpeggia la voce tra i tavoli. Lui continuava a parlare, anzi a conversare come un attimo prima quando la discussione girava attorno all'Inter, a Sanremo a Eluana Englaro. Con quel suo tipico modo di non voler drammatizzare e di intravedere già una via d'uscita. Eccolo il mio papà nel secondo quadro di questo atto finale: sdraiato per terra su un lato mentre spiega ai commensali che già un mese e mezzo fa gli si era addormentata una parte di labbro e che il medico gli aveva dato delle cure.
Era come se parlasse di una terza persona. «Candido, riesci a muovere questa parte?». «Sì, sì va meglio...». Attorno, gli sguardi attoniti di decine di persone ma non c'era pena, semmai tenerezza: il grande Candido sembrava a suo agio anche nell'interpretare l'improvvisa fragilità umana. «Dottore, mi raccomando tenga duro che dobbiamo rimetterla in sesto», diceva l'infermiere dell'ambulanza. «Certo, certo».
Ha avuto il suo pubblico anche nel momento più difficile e si è mostrato così, senza pudori, combattente indifeso.
Il terzo quadro è stato il pronto soccorso dell'ospedale Santa Rita, nel luogo in cui non conta più nulla il nome ma valgono oro lo sguardo e la mano di una persona cara.
L'illusione momentanea di un'ischemia, poi la Tac inesorabile: emorragia cerebrale. Ma lui parlava, chiacchierava, minimizzava: «Sì, c'è un grumo di sangue nel cervello, ora dobbiamo affrontare questa cosa... Lotto, lotto». Questa cosa era una pozza di sangue che stava inondando lentamente il cervello. Lo accarezzavo e lui mi stringeva l'indice. Le parole erano sempre più strascicate, la faccia si stava deformando, l'occhio si storceva ma era come sempre umido. Di vitalità e di passione. In un attimo mi sono rivenuti in mente quei due-tre «fondamentali» della vita che mi ha insegnato: spendersi senza riserve per le cose che ami, trovare il lato positivo in ogni problema; ma anche l'importanza dell'attacco quando affronti un articolo. «Bisogna avvertire la mamma, chiamare Marco, non fare allarmare Marilisa con i bambini...». «Papà, la rubrica per la Gazzetta l'hai scritta?
Sì, diglielo: è in "lavori direzione". Ma la trovano». Sono semplicemente uno dei tanti ai quali Candido ha regalato professione, carattere e amore ma in quegli ultimi momenti ho recuperato il privilegio di essere il figlio di Candido. Ed è bastato quel dito stretto sempre più forte, forse già per semplice scompenso neurologico, che mi trasmetteva gli ultimi sprazzi di vita nella sala nuda di un pronto soccorso.
Ciao papà, hai avuto una vita splendida, hai fatto una fine gloriosa nella sua cruda verità.
Fra qualche giorno, un caro amico "padre" partià per il Brasile, esattamente Fortaleza, per un periodo di servizio nel centro professionale piamartino che c'è laggiù.
Voglio salutarlo con questo post in cui incollo le parole usate da me per un giornalino qualche giorno dopo la sua ordinazione sacerdotale, avvenuta nel 2006.
Nell'attesa di riincontrarci o in Italia o in Brasile, Francisco mi ha già detto che dobbiamo venirti a trovare, ti auguro che la missione affidatati sia portata avanti con il carisma che ti contraddistingue e con quel fervore spirituale che hai saputo trasmettere a chi ti ha incontrato.
Buon viaggio Gabry e a presto.
Questo l'articolo
“Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita.”
Inizio con questo versetto del salmo 15 per descrivere una due giorni che hanno visto l’ordinazione e la celebrazione della prima messa da parte di Gabriele, ora Padre Gabriele, che è stato “chierico” da noi per più di un anno.
Gabriele ha completato il suo ciclo di vita diventando sacerdote della famiglia piamartina sabato 3 giugno. La messa di ordinazione è stata molto sentita, vissuta e partecipata dalle comunità riunite da Brescia, Roma e Milano, luoghi in cui Gabriele ha svolto il suo servizio e la sua crescita spirituale.
Essendo la vigilia di pentecoste molto è stato incentrato sullo Spirito Santo e credo di non commettere errori dicendo che si è visto in pieno l’opera dello Spirito in Gabriele e su tutte le persone che hanno partecipato alla sua gioia di diventare “padre”. Spirito che si poteva “vedere” nei volti dei confratelli intenti a imporre le mani sulla sua testa e al momento della consacrazione dove la potenza e la grazia di Dio si univano per far diventare il pane e il vino il Corpo e il Sangue di Cristo. Quella consacrazione che lo stesso Gabriele avrebbe fatto per la prima volta il giorno dopo alla sua prima messa.
Alla fine della consacrazione è seguito un momento di “gioia” fraterna in cui si sono visti molto giovani unirsi per “congratularsi” con il “prete novello” cercando di dichiararlo “santo subito” ricordando così, secondo me, la figura giovanile di un Giovanni Paolo II che ha dedicato la sua vita per la Chiesa e per gli altri; chissà che il nostro nuovo sacerdote non posso un giorno esserlo, sicuramente ora è “santo del terzo millennio” perché è stato capace di prendere la sua croce e seguire in questo cammino Cristo.
Passo ora a raccontare invece quella che è stata la prima messa di cui prima avevo accennato. E’ stato un momento davvero bello in cui si poteva leggere negli occhi della gente la gioia di partecipare alla pienezza dell’eucaristia uniti a Gabriele. Personalmente mi sono sentito felice per tutto quello che mi circondava, per le parole dette e ascoltate, i gesti fatti e gli scambi di occhiate tra il “nuovo ministro” e il diacono, gli sguardi attenti e gioiosi dei giovani assiepati nelle prime panche per vivere la “Prima Messa”. Molto bello il senso dell’omelia sulle mani di un sacerdote. Mani che sanno accogliere, mani che sanno aiutare, mani che sanno difendere, mani che a volte possono anche ferire ma soprattutto mani che posso e “devono” benedire trasmettendo la grazia di Dio agli altri.
Che dire poi dei ringraziamenti molto sentiti e toccanti, quasi un pacchetto di fazzoletti usato da Gabriele per asciugarsi le lacrime di gioia con cui ringraziava tutte le persone e le comunità che gli sono stati accanto. Credo che non ci siano parole per esprimere questa gioia provata da lui e da noi presenti perché certi momenti o si vivono o non si riescono a raccontare.
Finisco qui dicendo che c’è un “padre” in più in mezzo a noi, pronto a vivere il carisma di Padre Piamarta e a portarlo agli altri.
Stamattina leggevo su City dello studio sulla Felicità che è contagiosa.
Arrivo in ufficio e trovo che La Repubblica che ha fatto un articolo, di cui copio e incollo la prima parte, che termina con la parola Empatia che, strano caso del destino, è stato oggetto di una riflessione in questi giorni.
L'empatia la usa nei Giochi di Ruolo ed era una comunicazione diretta con un animale di cui potevo prenderne le caratteristiche... inutile dire che ero empatico con gli orsi e lupi, prendendo le caratteristiche di un orso in caso di necessità :)
Poi ho cominciato ad usare questo termine per identificare una persona con cui entravo facilmente in relazione e con cui potevi confidarmi... ieri però ho trovato il termine giusto su Wikipedia dove riporto una parte:
"Nell'uso comune, è l'attitudine ad essere completamente disponibile per un'altra persona, mettendo da parte le nostre preoccupazioni e i nostri pensieri personali, pronti ad offrire la nostra piena attenzione. Si tratta di offrire una relazione di qualità basata sull'ascolto non valutativo, dove ci concentriamo sulla comprensione dei sentimenti e bisogni fondamentali dell'altro."
Quindi questo conferma che un sorriso è contagioso e basta poco per rendere la giornata diversa alle persone che si incontrano... e di seguito un motto che cerco sempre di rispettare durante le giornate: "sorridi alla vita e la vita ti sorriderà" :)
Stamattina, sfogliando il giornale Corriere online, ho letto la notizia, relativa al Bacio di Hayez, che riporto a fine post.
Il Bacio è un bellissimo quadro conservato nella Pinacoteca di Brera che mi è capitato di vedere diversi anni fa, quando avevo 15 anni circa, e che mi è sempre rimasto impresso per la sua bellezza. Negli anni poi ho scoperto che ne erano state fatte 4 copie da Hayez differenti nei particolari, ma quello che secondo me rimane il più bello e incantevole è quello della Pinacoteca.
Quello che mi ha colpito allora, e che mi colpisce ancora, è la bellezza e la sinuosità della stoffa azzurra della dama, la luce che si concentra sulle figure che dolcemente si baciano e proietta l'ombra sulla scala.
Sicuramente uno dei quadri che preferisco.
Qui sotto la prima immagine è quella della pinacoteca, poi ho inserito l'articolo e l'immagine venduta all'asta.

LONDRA - È uno dei dipinti più noti, entrato nell'immaginario collettivo per la sua potenza romantica, di suggestione, di abbandono amoroso. «Il bacio» di Francesco Hayez (1791-1882), uno dei simboli del Risorgimento italiano, andrà all'asta da Sotheby's a Londra mercoledì 12 novembre. L'opera del 1861 è una delle quattro versioni del «Bacio» realizzate da Hayez: oltre a quella in vendita, proveniente da una raccolta privata tedesca, ci sono la più celebre, quella conservata a Milano nella Pinacoteca di Brera, e due quadri più piccoli presenti in collezioni private italiane.
L'OPERA - Il dipinto sarà battuto da Sotheby's con una stima di 4/600mila sterline (505/760mila euro). Fu commissionata ad Hayez da Federico Mylius, discendente di Enrico, celebre mecenate milanese. Hayez considerò «Il Bacio» una delle sue composizioni più importanti, che traeva ispirazione da riferimenti storici e letterari per indicare l'età romantica e per diventare infine espressione del nuovo spirito del nascente Regno d'Italia. La coppia immortalata in un appassionato bacio è una chiara allusione a Romeo e Giulietta di Shakespeare e a Renzo e Lucia di Manzoni, oltre che un'icona della neonata nazione italiana. In questo soggetto Hayez riunì le principali caratteristiche del romanticismo italiano, l'attenzione verso i concetti di naturalezza e sentimento (l'amore individuale), ma soprattutto verso gli ideali risorgimentali (l'amore per la patria). Rispetto al «Bacio» custodito a Brera, del 1859, la versione che andrà all'asta, realizzata due anni più tardi, mostra la donna con un abito bianco anziché celeste, per indicare uno dei tre colori della bandiera italiana.
(Dal Corriere.it del 3 novembre 2008)

In attesa di riuscire a trovare un momento per sistemare le foto e poi pubblicarle, posto questa curiosa notizia:
Strane cose in Cina: un pezzo della cattedrale di San Domenico a Fuzhou, nella provincia di Fujian, è stata fatta ruotare di 90° e spostata per fare posto a una nuova strada. Si tratta di una chiesa cattolica costruita nel 1864 da un prete italiano e poi modificata nel 1932: l'area dove alloggiano i preti è stata trainata con un sistema formato da 400 ruote per 75 metri e poi ruotata e sistemata in un punto che non crea problemi. (Reuters)
Nelle foto la sequenza
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| Uno schema della sonda Kepler (Nasa) |
DELAWARE (Usa) – I fondali marini, soprattutto vicino alle coste, non sono quasi mai immuni dai rifiuti umani. Nel Delaware, però, accade dal 2001 che nel mare si gettino scarti non per trascuratezza e alla chetichella ma volontariamente e secondo un piano prestabilito. Non tutti i rifiuti, ma solo le carrozze della metropolitana dismesse dal servizio. E con grande gioia dei pesci, che popolano questi relitti industriali così come fanno lungo le coste di altri parti del mondo con le vecchie navi inabissate. Sì, poiché pare che la fauna marina apprezzi particolarmente i vagoni abbandonati e li colonizzi in massa tanto che la discarica continua a essere alimentata di rottami al fine di creare una stabile barriera corallina artificiale a 29 metri di profondità e a 16 miglia marine (30 km circa) dalla costa, battezzata Red Bird Reef, come il marchio dei treni di Manhattan da cui prende vita.

Uno dei vagoni lasciati cadere in mare (dal NyTimes)
SOVRAFFOLLAMENTO SOTTOMARINO – Quelle che una volta erano vetture in cui le persone si affollavano, oggi sono teatro di una corsa fra pesci che gareggiano a chi arriva prima per assicurarsi un posticino. Le platesse amano accumularsi tra i vagoni, le cozze apprezzano il limo che si forma sui soffitti, le orate litigano per avere accesso ai vagoni e le spugne marine crescono in ogni dove, beatamente al riparo da correnti e altri pericoli. Il tratto di fondale interessato da questo curioso fenomeno, come spiega al sito del New York Times Jeff Tinsman del Department of Natural Resources, si è vistosamente ripopolato tanto che altri Paesi statunitensi pensano di ripetere l'esperienza e competono per assicurarsi le metropolitane di New York, che smista i rottami gratuitamente a differenza di altre città che invece per disfarsi dei vecchi treni si fanno pagare.
SOVRAFFOLLAMENTO DI PESCATORI – La concorrenza non c'è solo nella fornitura di vetture ma anche fra i pescatori che – attratti da un'area marina che dal 1997 a oggi si è trasformata da desertica a sovraffollata – sono passati dalle 300 alle 10 mila trappole. Ora lo Stato del Delaware è perfino preoccupato dalla microcriminalità che appesta il luogo: non solo si verificano furti di pesce ma perfino delle reti usate per catturarli. Tanto che le autorità sono arrivate a chiedere alla marina federale di chiudere la zona ai grandi commercianti ittici.
POLEMICHE – Gli organi statali e federali per l'ambiente hanno già dato il benestare perché l'operazione continui e anzi si estenda ai fondali di altri Stati. Le accuse degli ambientalisti che ricordano la presenza di amianto nella colla usata per costruire i vagoni metropolitani, sono respinte al mittente: l'amianto non sarebbe un rischio né per la vita sottomarina né per gli esseri umani in quanto non trasportato per via aerea.
Serena Patierno
Dal sito del Corriere.it