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lunedì, 23 febbraio 2009
Omaggio a Candido

Volevo scrivere due parole su uno dei grandi giornalisti che ci ha lasciato: Candido Cannavò.
L'ho sempre considerato un vero giornalista, non solo nell'ambito sportivo dove era un maestro, ma in tutto l'ambiente per la sua grande professionalità.
Non ci sono molte parole da dire ma incollo qui il "saluto" di suo figlio, anch'egli giornalista, perchè credo che sia il modo migliore per ricordarlo.


L'addio di papà

È stata un'uscita di scena alla sua maniera, da protagonista, alla Candido.
Nella mensa del giornale, tra un'insalata, un pezzo di formaggio, l'ultimo spicchio di mela da sbucciare. E la compagnia che cercava a pranzo quando non era in giro per l'Italia a tenere conferenze o a ricevere premi: un misto di impiegati, giovani praticanti, segretarie, redattori e capiredattori e talvolta anche qualche vicedirettore come è stato quel giorno che aveva al suo fianco Luciano Fontana. Veniva quasi sempre solo in mensa, ma quando si presentava in sala col vassoio era subito una gara ad averlo al proprio tavolo. Io l'ho guardato da lontano, chiacchierava (certo con più gusto di quanto non provasse a mangiare), l'avrei salutato ma senza aggiungermi al suo gruppo per quel riserbo reciproco che ci portava a limitare, fin troppo, i nostri contatti all'interno del palazzo di via Solferino.

Improvvisamente l'attacco. Lo sguardo un po' smarrito, la bocca leggermente storta sulla sinistra, il braccio e la gamba poco sensibili.
«Candido non sta bene», serpeggia la voce tra i tavoli. Lui continuava a parlare, anzi a conversare come un attimo prima quando la discussione girava attorno all'Inter, a Sanremo a Eluana Englaro. Con quel suo tipico modo di non voler drammatizzare e di intravedere già una via d'uscita. Eccolo il mio papà nel secondo quadro di questo atto finale: sdraiato per terra su un lato mentre spiega ai commensali che già un mese e mezzo fa gli si era addormentata una parte di labbro e che il medico gli aveva dato delle cure.

Era come se parlasse di una terza persona. «Candido, riesci a muovere questa parte?». «Sì, sì va meglio...». Attorno, gli sguardi attoniti di decine di persone ma non c'era pena, semmai tenerezza: il grande Candido sembrava a suo agio anche nell'interpretare l'improvvisa fragilità umana. «Dottore, mi raccomando tenga duro che dobbiamo rimetterla in sesto», diceva l'infermiere dell'ambulanza. «Certo, certo».

Ha avuto il suo pubblico anche nel momento più difficile e si è mostrato così, senza pudori, combattente indifeso.
Il terzo quadro è stato il pronto soccorso dell'ospedale Santa Rita, nel luogo in cui non conta più nulla il nome ma valgono oro lo sguardo e la mano di una persona cara.

L'illusione momentanea di un'ischemia, poi la Tac inesorabile: emorragia cerebrale. Ma lui parlava, chiacchierava, minimizzava: «Sì, c'è un grumo di sangue nel cervello, ora dobbiamo affrontare questa cosa... Lotto, lotto». Questa cosa era una pozza di sangue che stava inondando lentamente il cervello. Lo accarezzavo e lui mi stringeva l'indice. Le parole erano sempre più strascicate, la faccia si stava deformando, l'occhio si storceva ma era come sempre umido. Di vitalità e di passione. In un attimo mi sono rivenuti in mente quei due-tre «fondamentali» della vita che mi ha insegnato: spendersi senza riserve per le cose che ami, trovare il lato positivo in ogni problema; ma anche l'importanza dell'attacco quando affronti un articolo. «Bisogna avvertire la mamma, chiamare Marco, non fare allarmare Marilisa con i bambini...». «Papà, la rubrica per la Gazzetta l'hai scritta?
Sì, diglielo: è in "lavori direzione". Ma la trovano». Sono semplicemente uno dei tanti ai quali Candido ha regalato professione, carattere e amore ma in quegli ultimi momenti ho recuperato il privilegio di essere il figlio di Candido. Ed è bastato quel dito stretto sempre più forte, forse già per semplice scompenso neurologico, che mi trasmetteva gli ultimi sprazzi di vita nella sala nuda di un pronto soccorso.
Ciao papà, hai avuto una vita splendida, hai fatto una fine gloriosa nella sua cruda verità.

Alessandro Cannavò (dal corriere.it del 23 febbraio 2009)

Postato da: marinz a 14:33 | link | commenti (13) / commenti (13) (pop-up)
articolo, candido cannavò

lunedì, 16 febbraio 2009
Male e Paura

Settimana scorsa mi è capitato di ascoltare una relazione di Rupnik ed è emerso un concetto interessante:
il male non va scacciato ma vinto.
La teoria è molto intrigante perché sosteneva che se il male viene scacciato, messo da parte, lui continua ad esistere e si rafforza sempre più mentre se viene sconfitto dal bene, trasformandolo in bene, questo scopare e non può più nuocere.
Questo discorso lo associo alla paura, infatti se questa non si sconfigge e si mette in disparte dentro di noi, prima o poi torna fuori e sarà "più potente" di prima e sarà più difficile affrontarla.
Al riguardo mi viene in mente il cartone Ice Age 2 in cui Sid, il bradipo, spiega a Diego, la tigre, come vince la paura dell'acqua ed imparare a nuotare, anche se i cuccioli di tigre non lo sanno fare.
Sarebbe bello se si riuscisse sempre a vincere il male e le proprie paure, almeno provarci, per poter meglio vivere la vita senza pesanti fardelli che possano ricomparire in qualsiasi momenti.

Postato da: marinz a 14:37 | link | commenti (12) / commenti (12) (pop-up)
paura, male

giovedì, 05 febbraio 2009
Una Speranza nel Cielo

Come capitava spesso, il druido Earyn, usci dalla sua alcova, ricavata tra i rami frondosi degli alberi di una foresta remota, per una passeggiata nottura.
Non era ancora il crepuscola ma visto che era la prima sera dove non prevedeva che salisse la nebbia che, come da diversi giorni succedeva, ovattava i rumori delle fronde degli alberi o il canto delle civette oppure smorzava il colore della città lontana o delle stelle di quello strano inverno.
Era stato infatti uno strano inverno dove a giorni di inverno rigido con temperature basse seguivano giorni caldi che portava quella nebbia fuori luogo in quel periodo. Era quasi un ciclio che durava da più di un mese.
Earyn si accorse subito che quella sera era strana, diversa da ogni altra sera di quell'inverno, e per quello si mosso verso il limitare del bosco quando il sole stava tramontando, diventato una palla incandescente di un rosso accesso, che scendeva su una distesa verde intervallata da alcune anse del fiume che spariva dietro le prime case del villaggio vicino.
Si soffermò a recitare alcune preghiere celtiche, ringraziando il giorno che finiva e lodando la notte che nasceva, guardando quella maestosa volta che da celeste cambiava colore, passando dal rosa al viola, fino a raggiungere il blu scuro puntellato di luminose stelle. Ma quella sera si accorsa di qualcosa di diverso, guardando verso nord, poco sotto la costellazione dell'Orsa maggiore e un po' ad est della costellazione di Cassiopeva, la gigantesca W del firmamento, notò uno strano puntino verde che sprigionava un bagliore sfuocato, leggermente sbiadito rispetto al luminoso centro.
Capì subito che si trattava di una cometa e si ricordò delle tradizione che indicavano in modo contrastante l'avverarsi di antiche profezie catastrofiche o eventi epocali che avrebbero cambiato la vita di molti uomini.
Pensò subito che quel verde, verde come le piante, l'erba, il riflesso del fiume era il verde della vita, il verde della speranza e non potè che domandarsi cosa avrebbe riservato la vita nei prossimi giorni in cui sarebbe stata ancora più visibile e si sarebbe avvicinata alla terra, sicuramente la speranza di un cambiamento che avrebbe reso la vita di molti ricca di gioia.


Con questo incipit volevo creare un post sull'evento astronomico che ci sarà a febbraio: l'arrivo della Cometa Lulin (C/2007 N3).
Questa cometa sarà visibile dal 18 al 24 febbraio vicino al grande carro nella costellazione del Leone.
Qui sotto due immagini: una della cometa e una dove osservarla




Postato da: marinz a 19:58 | link | commenti (18) / commenti (18) (pop-up)
racconto, universo, cometa